Girl di Lukas Dhont non è un semplice dramma sulla transizione di genere: parte da una storia reale, ma la trasforma in un racconto cinematografico molto più compatto e intenso. La domanda davvero utile non è solo se il film “sia vero”, ma in che modo la vita di Nora Monsecour sia diventata Lara, una protagonista che concentra corpo, disciplina, desiderio e sguardo degli altri in poco più di un’ora e mezza. Qui chiarisco l’origine del film, cosa corrisponde ai fatti, dove entra la finzione e perché il dibattito intorno alla rappresentazione ha contato quasi quanto i premi.
I punti essenziali da avere subito chiari
- Girl nasce da una storia reale, ma non è un biopic né un documentario.
- La vera ispirazione è Nora Monsecour, ballerina trans belga che ha collaborato al progetto.
- Lara è un personaggio di finzione: alcuni snodi sono fedeli, altri sono rielaborati o compressi.
- Il balletto non fa da sfondo: è il cuore emotivo del conflitto.
- Le polemiche sul casting hanno riguardato soprattutto la scelta di un interprete cisgender per il ruolo principale.
- Il film ha avuto grande visibilità a Cannes, dove il riconoscimento ha amplificato anche le discussioni.
Da dove nasce davvero il film
Quando ripercorro l’origine di Girl, il punto di partenza è un articolo apparso in un quotidiano belga nel 2009. Lukas Dhont, allora molto giovane e agli inizi del suo percorso nel cinema, lesse la storia di Nora Monsecour, una ragazza trans che sognava di diventare ballerina e di lavorare sulle punte con le altre allieve. Quel racconto lo colpì al punto da spingerlo a contattarla quasi subito.
La parte importante, però, è questa: Nora inizialmente non voleva un documentario. Era un momento troppo esposto, troppo vulnerabile, e la scelta di non trasformare la sua esperienza in un film di cronaca ha cambiato tutto. Dhont e Monsecour hanno poi lavorato per anni su una forma diversa, una storia di finzione ispirata alla sua vita ma non coincidente con essa. È per questo che il film ha un nucleo autentico e, allo stesso tempo, una costruzione narrativa precisa, studiata per parlare anche del corpo, della pressione e dell’identità in modo più universale.
Questa origine è decisiva, perché spiega subito perché Girl vada letto come un’opera “a partire da” una storia vera, non come la sua trascrizione fedele. Da qui si capisce anche dove il film rimane vicino ai fatti e dove, invece, sceglie deliberatamente di reinventare.

Quanto c’è di vero e cosa è stato reinventato
Per me, il modo più utile di guardare il film è separare gli elementi documentabili da quelli drammatizzati. Solo così si evita un errore comune: pretendere da Girl la precisione di una biografia, quando il suo obiettivo è un altro.
| Aspetto | Nella realtà | Nel film |
|---|---|---|
| Il desiderio di ballare | Nora Monsecour era una giovane danzatrice trans belga con un forte interesse per il balletto classico. | Lara sogna con assoluta determinazione di diventare una ballerina professionista. |
| Il percorso di transizione | Il film nasce da un’esperienza reale di transizione e dal rapporto con il proprio corpo. | La transizione è condensata e resa narrativamente più lineare, con grande enfasi sul conflitto fisico. |
| Il rapporto con la scuola | L’episodio del rifiuto di passare alla classe delle ragazze è il punto che accende la storia. | La scuola diventa uno spazio drammatico in cui la disciplina e le regole del balletto amplificano il conflitto. |
| La famiglia | La biografia reale non coincide in modo letterale con quella del personaggio. | Padre, fratellino e dinamiche domestiche sono costruiti per sostenere l’arco emotivo di Lara. |
| Le scene più dure | Non vanno lette come cronaca puntuale della vita di Monsecour. | Funzionano soprattutto come metafore del disagio, della pressione interna e del dolore psichico. |
In altre parole, Dhont usa la materia reale come base emotiva, non come copia carbone. È una differenza sostanziale, perché chiarisce che il film non cerca di dire “com’è andata in modo esatto”, ma “che cosa si prova” quando identità, disciplina e aspettative si scontrano nello stesso corpo. E qui entra in gioco il secondo grande tema del film: la danza come campo di battaglia.
Il balletto è il vero campo di battaglia
La ragione per cui Girl resta così incisivo, per me, è che il balletto non è decorazione. È il linguaggio del conflitto. La danza classica pretende controllo, simmetria, early training, postura impeccabile e una relazione quasi ossessiva con lo specchio; per una ragazza in piena adolescenza e in piena transizione, tutto questo diventa una lente che ingrandisce ogni frizione.
Quando Lara si allena, si osserva o si confronta con il proprio riflesso, il film non sta semplicemente mostrando una difficoltà fisica. Sta mettendo in scena la distanza tra ciò che lei sente di essere e il modo in cui il corpo risponde, o non risponde, ai tempi dell’identità. Qui il dettaglio tecnico conta molto: lavorare sulle punte, mantenere l’equilibrio, gestire il dolore e la precisione dei movimenti sono aspetti che nel balletto reale non perdonano nulla. Per questo il film funziona così bene come metafora: il corpo non è solo un tema, è la struttura stessa della tensione narrativa.
- Le punte rendono visibile la fragilità, perché ogni esitazione si vede subito.
- Gli specchi moltiplicano lo sguardo giudicante e la fatica di riconoscersi.
- La disciplina della danza rende ogni ritardo del corpo una fonte di ansia, non solo di tecnica.
Ed è proprio perché il corpo è così centrale che la discussione sul casting non poteva restare un dettaglio secondario. In questo tipo di film, chi interpreta Lara non è un semplice esecutore: diventa parte del significato.
Le polemiche sul casting e il nodo della rappresentazione
La scelta di affidare il ruolo principale a Victor Polster, interprete cisgender e danzatore molto giovane, ha diviso pubblico e critica. I contrari hanno visto una scelta problematica, perché un film su un’esperienza trans avrebbe potuto dare spazio a un’attrice trans reale e, soprattutto, evitare l’ennesimo filtro cis sulla sofferenza di un personaggio trans. È un’obiezione seria, e secondo me non va liquidata come semplice rumore intorno al film.
La difesa di Dhont e di Nora Monsecour, però, è altrettanto chiara: il film è una finzione nata da una storia vera, non una rivendicazione di rappresentanza totale. Nora ha sostenuto pubblicamente il progetto e ha spiegato che Polster riusciva a restituire fisicità, vulnerabilità e presenza scenica in modo convincente. Questa posizione non cancella le critiche, ma aiuta a capire la complessità del caso: il problema non era solo “chi racconta”, bensì anche “come viene guardato” il corpo trans sullo schermo.
A Cannes, dove il film ha vinto la Caméra d’Or e la Queer Palm, il consenso non ha spento la discussione; l’ha resa ancora più visibile. E forse questo è il punto più interessante: Girl è diventato importante proprio perché costringe a parlare insieme di cinema, etica della rappresentazione e desiderio di verità. Da qui si arriva alla domanda finale, quella più utile per chi vuole guardarlo oggi senza semplificarlo.
Come guardarlo oggi senza ridurlo a cronaca
Se torno a Girl nel 2026, lo leggo meglio quando smetto di chiedergli una fedeltà giornalistica assoluta e comincio a valutarlo per ciò che fa davvero: mette al centro una ragazza che tenta di abitare il proprio corpo senza farsi schiacciare da scuola, medicina, disciplina e sguardi esterni. In questa prospettiva il film è forte, ma anche parziale. E va bene così, purché lo si dica chiaramente.
La mia lettura, in pratica, è questa: il valore del film sta nella sua intensità emotiva, non nella pretesa di rappresentare ogni esperienza trans. Proprio per questo funziona meglio quando viene visto come ritratto concentrato, e meno bene quando gli si chiede di parlare per tutte le persone trans o di sostituirsi a una testimonianza diretta. È una distinzione utile, perché evita due errori opposti: ridurlo a “pura finzione” o promuoverlo come verità definitiva.
Se cerchi un modo serio per capire la storia vera dietro Girl, questa è la chiave che tengo ferma: una vicenda reale, una protagonista reinventata e un film che usa la finzione per far sentire il peso di ciò che, nella realtà, spesso resta invisibile. È lì, nella distanza misurata tra vita e cinema, che l’opera trova il suo senso più forte.
