Il racconto dei racconti è uno di quei film che sembrano favole soltanto in superficie: sotto c’è un discorso molto preciso sul desiderio, sul corpo e sul prezzo delle ossessioni. In questa guida passo dalla trama alla lettura simbolica, così da chiarire perché le tre storie di Matteo Garrone funzionano insieme e dove si nasconde il senso più profondo del film. Se vuoi una spiegazione limpida ma non banale, qui trovi il punto giusto da cui partire.
Tre storie, un solo meccanismo di desiderio e perdita
- Il film intreccia tre fiabe di Basile e le usa per parlare di maternità, potere e giovinezza.
- Ogni desiderio ha un costo concreto: sangue, pelle, separazione, morte.
- Le tre storie non sono davvero separate, perché condividono la stessa idea di fondo: chi vuole possedere qualcosa finisce spesso per danneggiarla.
- Il finale non chiude in modo rassicurante, ma conferma che nel film la magia non risolve mai davvero i conflitti.
- Per leggere bene l’opera conviene seguire simboli ricorrenti come labirinto, cuore, pulce e pelle.
Le tre storie e il filo che le unisce
Il film non procede come un racconto classico a svolgimento unico. Garrone prende tre fiabe da Giambattista Basile e le mette in parallelo: in ognuna c’è un desiderio assoluto, un corpo che ne paga il costo e una trasformazione che lascia il segno.
| Racconto | Nodo narrativo | Chiave di lettura |
|---|---|---|
| La cerva | Una regina vuole un figlio a ogni costo e accetta un rimedio che richiede un sacrificio enorme. | La maternità diventa un patto violento, non un dono innocente. |
| La pulce | Un re alleva una pulce gigantesca e usa il suo corpo come prova per dare in sposa la figlia a un orco. | Il potere paterno si maschera da gioco, ma in realtà trasforma la figlia in oggetto. |
| Le due vecchie | Un re sedotto dalla voce di una donna scopre che dietro l’immagine desiderata c’è la vecchiaia, la sorella e il bisogno di ringiovanire. | L’apparenza diventa una gabbia, e il corpo femminile viene ridotto a superficie da correggere. |
Più che una cronologia, la struttura serve a mettere sotto pressione tre età della vita: nascita, desiderio amoroso, invecchiamento. Capito questo, la domanda vera non è “che cosa succede dopo?”, ma “quanto costa ottenere ciò che si vuole”. Ed è proprio da qui che vale la pena entrare nella prima storia.
La regina, il drago e il prezzo della maternità
La regina di Selvascura non riesce ad avere un figlio e accetta il consiglio del negromante: il cuore di un mostro marino, cucinato da una vergine, dovrebbe aprire la strada alla maternità. La soluzione funziona solo in apparenza, perché il prezzo è altissimo: muore il re, nasce un legame ambiguo tra il figlio della regina e quello della serva, e il desiderio di proteggere il proprio erede si trasforma in paranoia.
Io leggo questa parte come la fiaba più dura del film sul tema della maternità. Garrone non la tratta come un miracolo tenero, ma come una negoziazione con la violenza: ogni nascita sembra chiedere un sacrificio, e ogni privilegio affettivo produce esclusione. Il finale, con il corpo della regina che si ribalta in mostro, chiude il cerchio in modo netto: ciò che nasce dal desiderio senza misura finisce per divorare chi lo ha alimentato.
Qui conta molto anche il rapporto tra i due ragazzi, Elias e Jonah. Sono quasi due metà della stessa identità, e proprio per questo la regina li vive come una minaccia: non sopporta ciò che non può controllare. Il film suggerisce così una cosa scomoda, ma lucidissima: il legame materno può diventare possesso, e il possesso, quando si radicalizza, distrugge ciò che pretende di difendere.
Da qui il film cambia tono, ma non tema: dalla maternità si passa al dominio, cioè a un altro modo di confondere amore e controllo.
Viola, l’orco e la ribellione contro il padre
Nel secondo episodio il re di Altomonte alleva una pulce fino a farla diventare gigantesca, poi usa la sua pelle come indovinello per costringere i pretendenti della figlia Viola a confrontarsi con la prova. L’orco che indovina il gioco si prende la principessa, e quella che dovrebbe essere una favola di salvezza diventa una storia di cattività.
La parte più interessante, però, arriva dopo: la fuga con la famiglia di funamboli non è una soluzione definitiva, ma solo una parentesi di libertà. Viola capisce che non basta essere portata via dall’orco; deve anche scegliere lei il gesto finale, quando lo uccide da sola e torna al castello a confrontarsi con il padre.
Qui il film lavora benissimo sul rapporto padre-figlia. Il re dice di amare Viola, ma la usa come premio e come prova del proprio potere. La pulce, oggetto ridicolo e deformato, è il simbolo perfetto di questo meccanismo: un capriccio minuscolo cresce fino a diventare legge, e finisce per distruggere la vita reale delle persone.
In altre parole, non siamo davanti a una semplice storia di mostro e principessa. Siamo davanti a una critica molto netta all’autorità che si traveste da protezione. E il passaggio al terzo episodio rende ancora più evidente quanto Garrone sia interessato alle forme che il desiderio assume quando passa attraverso l’immagine.

Dora, Imma e l’ossessione per la giovinezza
Il re di Roccaforte si innamora della voce di Dora, senza sapere che dietro quella presenza c’è una donna anziana insieme alla sorella Imma. Quando scopre che l’immagine desiderata non coincide con la realtà, la storia prende una piega amara: Dora prova a ringiovanire, ottiene una seconda possibilità grazie alla magia, e Imma, vedendo quel risultato, cade nella trappola dell’imitazione fino a farsi scorticare.
Questo è il segmento più esplicito sul tema dell’apparenza. Io lo trovo quasi crudele nella sua chiarezza: il film dice che la giovinezza, quando diventa ossessione sociale, smette di essere un valore e si trasforma in una richiesta di violenza. Non è un caso che qui il corpo venga letteralmente separato dalla pelle: è il modo più brutale per mostrare quanto l’identità venga ridotta a superficie.
Anche il labirinto che attraversa il film, in questa prospettiva, non è un semplice dettaglio scenico. È la forma visiva dello smarrimento: il desiderio ti fa credere di andare avanti, ma in realtà ti fa girare in tondo, perché ti spinge sempre verso una versione irraggiungibile di te stesso.
Se il primo racconto parla di nascita e il secondo di possesso, questo parla di immagine. E l’immagine, nel film, è sempre qualcosa che inganna prima di ferire.
I simboli che rendono il film più grande della sua trama
Se dovessi riassumere il film in una sola idea, direi questa: ogni desiderio ha un costo materiale. Garrone lo ripete con oggetti molto concreti, non con discorsi teorici, ed è per questo che il film resta addosso.
- Il labirinto suggerisce perdita di orientamento e attrazione per ciò che non si controlla.
- Il cuore del drago traduce il desiderio in sacrificio fisico.
- La pulce mostra come un capriccio privato possa diventare una regola tirannica.
- La pelle indica la distanza tra ciò che siamo e ciò che vogliamo sembrare.
Questi segni funzionano perché non sono decorazioni. Sono il linguaggio del film: Garrone non spiega con slogan, ma con forme che ritornano e si deformano. Per questo la lettura simbolica non è un extra da cinefili; è il modo corretto per capire perché la storia parla di re e mostri, ma in realtà riguarda fame, potere, invidia e paura di invecchiare.
Da qui il passo finale è semplice: guardare il film una seconda volta sapendo già cosa tenere d’occhio.
Se lo rivedi, guarda questi passaggi
Al secondo passaggio il film diventa più leggibile se non cerchi la classica progressione causa-effetto. Io mi concentrerei su tre cose: i cambi di spazio tra castelli, grotte e boschi; il modo in cui i personaggi scambiano amore e possesso; la frequenza con cui il corpo viene trattato come oggetto negoziabile.
- Se una scena sembra solo barocca, chiediti quale desiderio sta mascherando.
- Se compare un mostro, non guardarlo solo come creatura fantastica: spesso è la forma esterna di un’ossessione umana.
- Se un personaggio ottiene ciò che vuole, cerca subito il prezzo pagato da qualcun altro.
