La favorita è un film che non si limita a mettere in scena una corte: la trasforma in un campo di battaglia emotivo, politico e quasi fisico. In questa recensione mi concentro su ciò che conta davvero per capirlo fino in fondo: la forza delle interpretazioni, il modo in cui Lanthimos costruisce tensione e ironia, e i motivi per cui questo titolo continua a dividere anche a distanza di anni. Il risultato è un’opera elegante solo in superficie, ma molto più feroce di quanto sembri.
I punti essenziali da tenere a mente
- Il film di Yorgos Lanthimos usa la corte di Anna d’Inghilterra per parlare di potere, dipendenza e manipolazione.
- Il cuore del racconto è il triangolo tra la regina Anna, Sarah Churchill e Abigail Masham.
- Le tre interpretazioni sono il motore del film: Olivia Colman, Rachel Weisz ed Emma Stone lavorano su registri diversi ma perfettamente coordinati.
- Il tono è grottesco, sarcastico e spesso spiazzante: non è un film storico tradizionale.
- La messa in scena è rigidissima, ma proprio questa precisione rende più tagliente il caos emotivo dei personaggi.
- Chi cerca un costume drama classico potrebbe restare freddo; chi ama il cinema di personalità e conflitto troverà un film molto ricco.
Di cosa parla davvero La favorita
La trama, in apparenza, è semplice: alla corte di Anna d’Inghilterra arrivano due donne che cercano di orientare il centro del potere a proprio vantaggio. Sarah Churchill domina la regina con confidenza, intimità e una presenza quasi sovrana; Abigail, inizialmente ridotta a ruoli umili, entra nel palazzo e comincia lentamente a risalire la gerarchia. Ma ridurre il film a una contesa di corte sarebbe un errore. Io lo leggo soprattutto come una storia di dipendenza affettiva, di desiderio di controllo e di identità che si deformano quando il potere diventa l’unico linguaggio possibile.
Questo è il primo motivo per cui La favorita funziona: non racconta il potere come astrazione, ma come relazione concreta, spesso tossica. Ogni gesto ha un prezzo, ogni confidenza è una mossa, ogni fragilità diventa una leva. La corte non è uno sfondo decorativo, è un organismo chiuso che amplifica ambizione, rancore e bisogno di essere scelti. Da qui nasce la tensione che regge tutto il film.
Per orientarsi bene, conviene tenere a mente anche la funzione narrativa dei tre personaggi principali.
| Personaggio | Funzione nel film | Cosa rappresenta |
|---|---|---|
| Regina Anna | Centro emotivo e politico del racconto | Vulnerabilità, arbitrio, bisogno di affetto |
| Sarah Churchill | Potere consolidato e controllo della corte | Pragmatismo, fedeltà interessata, dominio |
| Abigail Masham | Ascesa sociale e trasformazione strategica | Aspettativa, opportunismo, sopravvivenza |
Una volta letti così, i personaggi smettono di sembrare figure da dramma in costume e diventano strumenti narrativi lucidissimi. Ed è proprio qui che il film inizia a spostarsi dal racconto storico alla satira morale, con una precisione che merita di essere guardata da vicino.
Il triangolo tra Colman, Weisz e Stone regge tutto il film
Se il film ha una vera ossatura, è la dinamica tra le tre protagoniste. Olivia Colman non interpreta una sovrana autorevole nel senso classico: la sua Anna è instabile, infantile, esasperata dalla sofferenza fisica e psicologica. Proprio per questo è credibile. Non domina la scena con la compostezza della regina perfetta, ma con una fragilità che rende ogni sua decisione imprevedibile.
Rachel Weisz dà a Sarah una durezza quasi militare. Non è solo la donna forte contrapposta alla regina debole: è qualcuno che ha imparato a vivere nel potere e a trattarlo come terreno operativo. La sua energia è contenuta, ma costante, e questo la rende spesso più minacciosa di personaggi apertamente aggressivi. Emma Stone, invece, lavora su un’ambiguità molto più sottile: Abigail sembra all’inizio una vittima, ma il film la porta progressivamente verso una zona dove l’innocenza smette di essere una qualità e diventa una strategia.
| Attrice | Registro dominante | Effetto sullo spettatore |
|---|---|---|
| Olivia Colman | Vulnerabilità, irritazione, improvvisi scarti emotivi | Fa percepire la regina come umana, non come icona |
| Rachel Weisz | Controllo, ironia secca, potere già posseduto | Rende Sarah la figura più solida e quindi più pericolosa |
| Emma Stone | Ambizione, adattamento, calcolo progressivo | Trasforma la crescita della protagonista in un processo inquietante |
Questa distribuzione delle energie è una delle cose che il film fa meglio: nessuna delle tre donne è ridotta a stereotipo. Anche quando il tono si fa crudele, resta chiaro che Lanthimos è interessato a una vera lotta di posizioni, non a una semplice contrapposizione tra “buone” e “cattive”. Da qui si apre il terreno più riconoscibile del suo cinema: la forma.

La regia di Lanthimos e il gusto per il grottesco
La forza visiva di La favorita sta nel modo in cui la regia rende instabile ciò che, sulla carta, dovrebbe sembrare ordinato. Gli interni sono geometrici, ma mai rassicuranti; la macchina da presa osserva i personaggi con una distanza che sembra elegante e, allo stesso tempo, crudele. Io trovo particolarmente efficace l’uso di ottiche grandangolari e di spazi che deformano leggermente la percezione: il palazzo appare solido, ma il quadro è sempre un po’ storto, come se la corte fosse un meccanismo pronto a cedere.
Anche il tono è costruito con grande precisione. Il film alterna battute taglienti, umorismo nerissimo e momenti di umiliazione che non cercano mai la consolazione dello spettatore. Questo è un tratto molto riconoscibile di Lanthimos: non vuole sedurre con il costume, vuole smontarlo. La storia non viene mai addolcita, e il risultato è un film che può sembrare freddo a uno sguardo superficiale, ma che in realtà lavora con un’intensità costante.
Funzionano molto anche i contrasti interni: la musica, i silenzi, la fisicità della malattia, la crudeltà dei rituali di corte. Tutto concorre a suggerire che il potere non è solo un sistema politico, ma una forma di intimità deformata. È un passaggio importante, perché spiega anche perché il film riesca a essere insieme raffinato e sgradevole, due qualità che qui convivono senza annullarsi.
Cosa funziona e cosa può dividere
La favorita è un film che ha molti punti di forza evidenti, ma anche qualche elemento che può respingere chi cerca un’esperienza più tradizionale. Io questo aspetto lo considero centrale, perché capire un film così significa accettarne anche le frizioni.
- Funziona la scrittura dei rapporti di potere, sempre mobile e mai banale.
- Funziona la direzione delle attrici, che evita la pura declamazione e punta su sfumature molto precise.
- Funziona il modo in cui il film usa il grottesco per parlare di desiderio, rivalità e dipendenza.
- Può dividere il ritmo: non è mai realmente concitato, ma costruisce la tensione per accumulo.
- Può dividere la distanza emotiva, perché Lanthimos non cerca affetto immediato per i personaggi.
- Può dividere anche l’uso della storia, che privilegia la forza drammatica più della fedeltà ricostruttiva in senso accademico.
Il punto, secondo me, è che il film non chiede di essere amato in modo automatico. Chiede di essere letto. E chi si aspetta un dramma in costume levigato, con evoluzione sentimentale lineare, può sentirsi spiazzato. In compenso, chi accetta il gioco trova un film molto più acuto della media, capace di restare in testa proprio perché non si lascia consumare in fretta. Da qui la domanda più utile: a chi lo consiglierei davvero?
A chi la consiglierei davvero
La consiglierei senza esitazione a chi ama i film in cui il conflitto conta più dell’ambientazione, e la messa in scena ha una funzione critica oltre che estetica. Se apprezzi i racconti di corte solo quando diventano anche racconti di psicologia, qui trovi pane per i tuoi denti. Se invece cerchi una ricostruzione storica rigorosa, lineare e rassicurante, è probabile che tu resti a distanza.
Per chiarire meglio il tipo di esperienza che offre, io la riassumerei così:
| Se ti piace... | Il film ti piacerà perché... |
|---|---|
| Il cinema di personaggi ambigui | Non offre figure pure, ma alleanze instabili e motivazioni contraddittorie |
| Le satire sul potere | Trasforma la corte in una macchina di controllo emotivo e politico |
| Le interpretazioni d’attrice molto forti | Le tre protagoniste sostengono quasi ogni scena con precisione assoluta |
| I film storici classici | Potrebbe deluderti, perché qui la storia è uno strumento, non il fine |
In altre parole, La favorita non è un film da “guardare e basta”: è un film da posizionare mentalmente, da leggere nel suo rapporto con il potere, con il corpo e con la forma. E proprio per questo vale ancora la pena di parlarne oggi.
Perché nel 2026 resta un film che merita attenzione
Rivederlo oggi significa accorgersi di quanto sia attuale il suo modo di raccontare la dipendenza dal centro di comando, la manipolazione affettiva e la fragilità delle gerarchie. Nel 2026, in un panorama pieno di storie che cercano il colpo d’effetto, La favorita continua a distinguersi perché non semplifica il conflitto: lo rende sistemico, intimo e spesso imbarazzante. È questa la sua vera forza.
Se devo chiudere con un giudizio netto, il mio è questo: La favorita è un film brillante, affilato e volutamente scomodo. Non offre un’armonia facile, ma una lettura lucidissima del desiderio di potere quando passa attraverso il bisogno di essere visti e scelti. Ed è proprio per questo che, ancora oggi, resta una delle opere più interessanti di Lanthimos: non perché racconta la storia, ma perché la usa per parlare di noi con una precisione che non consola.
