The New Pope è una serie che non si limita a raccontare il Vaticano: lo usa come macchina narrativa per parlare di potere, immagine, fede e fragilità umana. In questa recensione analizzo cosa funziona davvero, dove la scrittura si allunga troppo e perché il ritorno nell’universo di Sorrentino resta, ancora oggi, un oggetto televisivo fuori formato. Il punto non è solo capire se sia “bella”, ma se il suo eccesso abbia un senso preciso.
Ecco cosa conta davvero nella serie
- È il seguito di The Young Pope, ma cambia centro di gravità e tono.
- La storia mette al centro una successione papale che diventa lotta di potere, identità e rappresentazione.
- La regia di Sorrentino è il vero motore dell’esperienza: barocca, controllata, spesso magnetica.
- John Malkovich porta una fragilità elegante, mentre Jude Law continua a dominare la scena anche quando il suo personaggio è in secondo piano.
- La serie convince quando unisce satira e tensione visiva; perde forza quando insiste troppo su alcuni passaggi narrativi.
- È consigliata a chi accetta un racconto autoriale, simbolico e volutamente non lineare.
Di cosa parla davvero The New Pope
La trama, in superficie, è semplice: Pius XIII è in coma, il Vaticano deve trovare un nuovo equilibrio e John Paul III, interpretato da John Malkovich, entra in scena come papa “moderno”, colto e apparentemente misurato. Ma ridurre la serie a una successione pontificia sarebbe un errore. Io la leggo soprattutto come una storia sul vuoto di legittimità: chi guida davvero un’istituzione quando la forza simbolica del leader è spezzata?
Da qui nasce il vero interesse del racconto. Il Vaticano di Sorrentino non è un luogo realistico in senso giornalistico; è un laboratorio morale e politico, pieno di rituali, strategie, ambizioni e compromessi. La serie osserva come si costruisce l’autorità quando tutti fingono di credere in qualcosa che, in privato, stanno già negoziando. Ed è proprio questa tensione tra fede pubblica e debolezza privata a rendere la visione più interessante della semplice dinamica “chi sarà il nuovo papa?”.
Il punto di forza è che The New Pope non tratta il potere come un tema astratto: lo mostra come una pratica quotidiana, fatta di posture, linguaggio, sguardi e calcoli. Da qui si apre naturalmente il discorso più evidente della serie, cioè il suo stile visivo, che non accompagna il racconto ma lo determina.

La regia di Sorrentino è il suo vero argomento
Se questa serie divide, la ragione principale è qui. Sorrentino lavora per accumulo: simmetrie, inquadrature levigate, scenografie quasi sacrali, dettagli volutamente eccentrici e un uso della musica che trasforma ogni episodio in un gesto di regia molto riconoscibile. Il risultato è un mondo che non vuole mai sembrare ordinario. Anche quando racconta discussioni di curia o manovre diplomatiche, lo fa con la logica di un’opera visiva prima ancora che narrativa.
La sua forza, a mio avviso, sta nel fatto che l’estetica non è decorazione. La fotografia, i movimenti di macchina, il contrasto tra solennità e grottesco, tutto serve a far sentire che il potere religioso è anche teatro, posa, coreografia. È una serie che capisce benissimo quanto il Vaticano viva di forma oltre che di sostanza, e su questo costruisce il suo linguaggio.
C’è però un limite da tenere presente. Quando la regia insiste troppo sul proprio magnetismo, il racconto rischia di rallentare o di sembrare compiaciuto. Alcune sequenze funzionano come folgorazioni; altre sembrano trattenute più dall’idea di stupire che da una reale necessità narrativa. In una serie così, il confine tra controllo e eccesso è sottile, e Sorrentino lo attraversa di continuo. È anche per questo che il giudizio finale dipende molto da quanto il lettore accetta il suo cinema come esperienza totale, non come racconto lineare.
John Malkovich, Jude Law e un cast che regge l’ambiguità
Il cast è il secondo pilastro della serie. John Malkovich costruisce un pontefice insieme aristocratico, fragile e ironico: non è un papa “forte” nel senso classico, ma un uomo che tenta di controllare l’immagine mentre la sua identità resta costantemente in frizione con ciò che rappresenta. La sua recitazione è preziosa proprio perché non cerca mai l’enfasi facile; lavora su pause, controllo e sottotesto.
Jude Law, dal canto suo, continua a dominare l’universo di Pius XIII anche quando il personaggio è assente o quasi sospeso. È un’assenza molto attiva: la serie gli costruisce intorno una sorta di aura, e questo è intelligente perché evita che il seguito sia solo un cambio di protagonista. Law resta il corpo mitico del progetto, il richiamo originario, ma non diventa un semplice portabandiera nostalgico.
Accanto a loro, Silvio Orlando dà a Voiello una consistenza fondamentale: è il personaggio che più di tutti porta la serie verso il terreno della politica concreta, del compromesso, della sopravvivenza istituzionale. Senza di lui, The New Pope rischierebbe di rimanere una galleria di immagini splendide ma distanti. Con lui, invece, acquista un peso umano e strategico. Anche i ruoli di contorno, da Cécile de France a Javier Cámara e Ludivine Sagnier, servono a evitare che tutto si riduca a un duello estetico tra due papi.
The New Pope e The Young Pope a confronto
La domanda che molti si fanno è inevitabile: questa serie è migliore, peggiore o semplicemente diversa rispetto alla precedente? La risposta più onesta, per me, è “diversa in modo significativo”. Non è un semplice proseguimento; è una variazione sullo stesso tema, ma con un baricentro meno mistico e più politico.
| Aspetto | The Young Pope | The New Pope | Effetto per chi guarda |
|---|---|---|---|
| Centro narrativo | Lenny Belardo/Pius XIII e la sua solitudine carismatica | La successione e il vuoto di leadership | Più corale, meno ipnotica |
| Tono | Più visionario e provocatorio | Più ironico e disilluso | Più politica, meno icona |
| Ritmo | Più compatto | Più dispersivo | Richiede più pazienza |
| Forza principale | Il magnetismo del protagonista | L’intreccio tra estetica e potere | Premia chi cerca stratificazione |
| Accessibilità | Più immediata per chi ama il carisma di Jude Law | Più esigente, meno lineare | Funziona meglio con aspettative alte ma flessibili |
Questo confronto chiarisce una cosa importante: chi cerca lo stesso impatto della prima stagione potrebbe restare spiazzato. Chi invece accetta l’idea di una serie che muta forma, sposta il centro e allarga il discorso, trova in The New Pope una riflessione più matura sul potere e sui suoi travestimenti. Ed è proprio qui che emerge il tema del rendimento complessivo, cioè ciò che la serie riesce davvero a far passare e ciò che invece lascia in sospeso.
Dove convince di più e dove perde slancio
Se dovessi sintetizzare il giudizio con onestà, direi che The New Pope è una serie che colpisce più spesso di quanto non si perda, ma non sempre convince fino in fondo. I suoi punti forti sono molto evidenti:
- una visione autoriale riconoscibile, che non assomiglia a quasi nessun’altra serie televisiva;
- un uso del simbolo e dell’immagine che rende il Vaticano un vero spazio drammatico;
- interpretazioni di livello alto, soprattutto quando il testo concede agli attori margine di ambiguità;
- la capacità di tenere insieme satira, spiritualità, politica e desiderio senza diventare del tutto prevedibile.
Ma ci sono anche limiti reali, e credo sia giusto dirlo senza attenuare il giudizio. Alcuni snodi narrativi si ripetono, alcune provocazioni sembrano più programmatiche che necessarie, e la durata complessiva può dare la sensazione di essere un po’ più larga del dovuto. Non è un problema piccolo: quando una serie lavora su immagini fortissime, basta poco perché la densità lasci posto alla sovrabbondanza.
Il riscontro critico, peraltro, riflette bene questa ambivalenza. Su Rotten Tomatoes il consenso è molto alto, mentre Metacritic colloca la serie in una fascia favorevole ma non entusiastica: è il segno di un’opera che convince parecchio, ma non in modo unanime. Questa distanza tra fascino e irritazione, in fondo, è già parte del suo carattere.A chi la consiglierei oggi
Io la consiglierei senza esitazione a chi cerca una serie d’autore, densa di simboli e capace di usare il formato televisivo in modo più vicino al cinema che al drama classico. Funziona bene per chi ama il lavoro di Sorrentino, per chi apprezza i racconti sul potere e per chi tollera una costruzione meno lineare del solito. È anche una buona scelta per chi vuole vedere come una serie possa trasformare l’istituzione ecclesiastica in una metafora politica senza ridurla a semplice provocazione.
La sconsiglierei invece a chi ha bisogno di una trama sempre chiara, di un ritmo costante e di un realismo psicologico tradizionale. The New Pope non va consumata come un prodotto qualsiasi: chiede disponibilità all’eccesso, alla pausa, alla stilizzazione. Se questa soglia viene accettata, la serie restituisce molto. Se non viene accettata, rischia di sembrare solo un esercizio di stile molto costoso.
Per esperienza, direi anche che rende meglio se vista dopo The Young Pope: non perché sia incomprensibile da sola, ma perché il legame tra i due titoli fa emergere meglio la sua idea di continuità e rottura. Guardarla come un dittico, più che come due prodotti separati, aiuta a capirne la vera ambizione.
Il modo giusto di guardarla oggi
La chiave, secondo me, è una sola: non cercare in The New Pope una serie “misurata”. Bisogna guardarla come si guarderebbe un’opera che usa il Vaticano per parlare di desiderio di controllo, solitudine, identità pubblica e bisogno di riconciliazione. Se la si affronta con questa disponibilità, il suo barocco smette di sembrare puro ornamento e diventa linguaggio.
In questo senso, la serie resta interessante anche oggi perché non prova a piacere a tutti. È imperfetta, a tratti dispersiva, a volte persino eccessiva per scelta. Ma proprio per questo ha una voce precisa. E in un panorama televisivo spesso troppo prudente, una voce riconoscibile continua a valere molto più di una perfezione anonima.
La mia lettura finale è questa: The New Pope non è il sequel che replica una formula, ma un lavoro più freddo, più politico e più consapevole sui limiti del potere e della rappresentazione. Non è la serie da consigliare a chiunque, però è una delle più interessanti per chi vuole vedere come la televisione possa ancora essere visione, polemica e forma insieme.
