Il racconto dei racconti di Matteo Garrone è una fiaba adulta, sensuale e crudele, costruita per parlare di desiderio, potere, maternità e vecchiaia senza smussare gli angoli più scomodi. In questa lettura metto a fuoco cosa funziona davvero nel film, dove invece la sua ambizione può creare distanza e per quale tipo di spettatore resta un titolo fondamentale. È una recensione utile soprattutto se vuoi capire se si tratta di un fantasy da trama oppure di un’opera che vive di atmosfera, immagini e simboli.
Le informazioni essenziali da tenere a mente
- È un adattamento libero di Giambattista Basile, filtrato da uno sguardo molto personale.
- Il film intreccia tre storie autonome ma legate da temi comuni: desiderio, ossessione, invidia e perdita.
- La forza principale sta nel lavoro visivo: scenografie, costumi, trucco e fotografia costruiscono un mondo memorabile.
- Il cast internazionale è solido, ma il film non punta sulla psicologia in senso classico.
- La struttura a episodi e il tono barocco lo rendono affascinante per alcuni, distante per altri.
- Resta uno dei tentativi più audaci del cinema italiano recente nel territorio del fantasy adulto.
Cosa racconta davvero la fiaba di Garrone
Io leggo Il racconto dei racconti come un film sul prezzo dei desideri, più che come una semplice antologia di fiabe. Garrone prende tre storie da Lo cunto de li cunti di Giambattista Basile e le trasforma in un unico mondo dominato da pulsioni molto concrete: una regina vuole un figlio a ogni costo, un re si innamora di una voce e finisce prigioniero del proprio capriccio, un’altra sovrana attraversa la vecchiaia e il passaggio del tempo come fosse una maledizione. La fiaba, qui, non consola: mette in scena ciò che accade quando un desiderio diventa ossessione.
È importante capire subito questo punto, perché cambia il modo in cui si guarda il film. Non siamo davanti a un fantasy costruito per stupire con l’azione continua, ma a un racconto che usa il meraviglioso per parlare di corpi, mancanze e trasformazioni. E proprio questa scelta prepara il terreno al suo tratto più forte: la centralità dell’immagine.

Perché il mondo visivo resta il suo vero centro
Qui Garrone lavora da autore che conosce il peso della materia. Ogni ambiente sembra vissuto, ogni costume ha una consistenza quasi tattile, ogni castello è meno da cartolina e più da sogno febbrile. La regia non cerca la pulizia levigata del fantasy industriale: preferisce superfici imperfette, ombre, umidità, pietra, tessuti pesanti, dettagli corporei. È una scelta decisiva, perché rende credibile un universo che non vuole essere realistico in senso stretto, ma fisicamente percepibile.
Non a caso, ai David di Donatello il film è stato riconosciuto soprattutto per il lavoro tecnico e artistico legato a scenografia, costumi e trucco. È il segnale più chiaro di quello che conta davvero nell’opera: la costruzione di un immaginario. Io trovo che questa sia la parte più memorabile del film, perché Garrone non illustra la fiaba, la scolpisce. Da qui passa naturalmente anche il discorso sugli attori, che non sono semplici figure decorative ma strumenti di questa costruzione.
Un cast internazionale che non resta decorativo
Il cast è uno degli aspetti che può far apparire il film più “internazionale” che “italiano”, ma la presenza di attori come Salma Hayek, Vincent Cassel, Toby Jones e John C. Reilly non serve a dare solo prestigio commerciale. Serve a dare al film un tono di favola straniante, in cui l’accento, la lingua e la presenza fisica contribuiscono a creare uno scarto continuo rispetto al naturalismo.
| Personaggio | Interprete | Funzione nel film |
|---|---|---|
| Regina di Longtrellis | Salma Hayek | Rappresenta il desiderio di maternità portato fino al sacrificio |
| Re di Strongcliff | Vincent Cassel | Incarnazione dell’ossessione erotica e dell’autoinganno |
| Re di Highhills | Toby Jones | Mostra come un capriccio possa deformare una famiglia e un regno |
| Re di Longtrellis | John C. Reilly | Bilancia il pathos della storia della regina con una presenza fragile e umana |
Quello che mi convince è che nessuno recita “contro” il mondo del film. Anche nei momenti più sopra le righe, gli attori restano dentro la logica di una fiaba inquieta, dove il gesto conta quanto la psicologia. È un equilibrio raro, e rende più chiaro perché il film funzioni meglio quando lo si accetta come esperienza sensoriale prima ancora che narrativa. Ed è proprio qui che arrivano le sue divisioni più evidenti.
Dove il film divide ancora oggi
Il punto più delicato è la distanza emotiva. Alcuni spettatori la leggeranno come raffinatezza, altri come freddezza. Io credo che entrambe le letture abbiano una base solida: Garrone non vuole commuovere nel modo più facile, vuole mostrare quanto il desiderio deformi la realtà. Il risultato, però, è che il film a tratti sembra più interessato alla forma del racconto che al coinvolgimento immediato con i personaggi.
| Aspetto | Funziona perché | Può dividere perché |
|---|---|---|
| Struttura a episodi | Dà ampiezza al mondo e variazione di tono | Può spezzare il coinvolgimento continuo |
| Tono barocco | Rende il film unico e visivamente denso | Può sembrare eccessivo a chi cerca essenzialità |
| Uso del fantastico | Trasforma le fiabe in allegorie adulte | Non offre una lettura “leggera” o lineare |
| Ritmo | Lascia spazio all’atmosfera e all’attesa | Può risultare irregolare nella tenuta |
Per me questa è la scommessa più interessante del film: preferire l’incanto alla spiegazione, anche a costo di non piacere a tutti. E proprio per questo la visione resta più fertile se la si confronta con il posto che occupa nel cinema italiano recente.
Perché conta nel cinema italiano contemporaneo
Il racconto dei racconti è importante perché dimostra che il cinema italiano può confrontarsi con il fantasy senza imitare pedissequamente il modello anglosassone. Garrone non cerca di fare un “Game of Thrones all’italiana”, e per fortuna. Cerca qualcosa di più rischioso: un fantasy radicato nella letteratura italiana, nei corpi, nelle architetture e in un immaginario che oscilla tra il popolare e il colto.
Io lo considero anche un film di passaggio nella sua filmografia. Dopo il realismo sporco di Gomorra e prima di altri lavori in cui il favolistico tornerà con ancora più precisione, Garrone qui sperimenta una via personale al fantastico: meno digitale, più organica; meno esplicativa, più allusiva. È un titolo che pesa perché allarga il raggio del nostro cinema e mostra che si può fare spettacolo senza rinunciare a una forte identità autoriale.
- Lo consiglierei a chi ama le fiabe nere e il cinema visivamente ricco.
- Lo consiglierei a chi apprezza i film che lavorano per simboli, non solo per intreccio.
- Lo consiglierei a chi vuole vedere un fantasy europeo che non somiglia ai prodotti seriali più standardizzati.
- Lo sconsiglierei, invece, a chi cerca un racconto serrato, lineare e facilmente emotivo.
Da qui nasce anche il modo migliore per rivederlo: non cercando solo “cosa succede”, ma guardando come ogni scelta formale cambia il senso della storia.
Tre dettagli che fanno cambiare la lettura del film
Quando torno su questo film, mi concentro su tre cose molto concrete. La prima è il rapporto tra desiderio e deterioramento: quasi tutto ciò che i personaggi inseguono porta con sé un costo fisico, morale o familiare. La seconda è l’uso degli spazi: castelli, boschi, grotte e sale non sono sfondi, ma ambienti che deformano il comportamento di chi li abita. La terza è la materia del racconto, cioè il modo in cui il film passa continuamente dal meraviglioso al corporeo, dal fiabesco al viscerale, senza mai lasciarli del tutto separati.
Se guardi il film con questa attenzione, emerge con più chiarezza la sua vera qualità: non vuole solo intrattenere con una storia insolita, ma costruire un’esperienza di visione che resta addosso. È proprio questo, alla fine, il motivo per cui continuo a considerarlo una delle opere più singolari e meno accomodanti del cinema italiano recente.
