Nel cinema di Guillermo del Toro l’amore non arriva mai da solo: porta con sé ferite, desiderio, esclusione e un immaginario visivo molto preciso. Io leggo La forma dell’acqua come una fiaba adulta in cui storia d’amore, Guerra Fredda e tema del diverso si tengono insieme senza sembrare pezzi separati. Questa recensione mette a fuoco ciò che il film fa meglio, dove divide ancora il pubblico e perché continua a parlare anche a distanza di anni.
I punti che contano davvero nel film
- È una fiaba adulta ambientata nella Baltimora del 1962, con dentro spionaggio, paura del diverso e un forte sottotesto politico.
- La durata è di 123 minuti: abbastanza compatta da non disperdersi, abbastanza ampia da costruire atmosfera e tensione emotiva.
- Il film ha conquistato il Leone d’oro a Venezia e quattro Oscar, ma il suo valore non dipende solo dai premi.
- Funzionano soprattutto regia, scenografia, fotografia e colonna sonora, che rendono credibile un mondo molto stilizzato.
- La storia parla di diversità, desiderio e riconoscimento reciproco più che di una semplice storia d’amore tra “bella e mostro”.
Di cosa parla davvero il film
Io non lo leggerei come una semplice storia d’amore impossibile. Elisa lavora come addetta alle pulizie in un laboratorio governativo, vive una quotidianità silenziosa e ripetitiva, e trova un varco emotivo quando incontra una creatura anfibia tenuta prigioniera in una vasca. Da lì il film si muove su due binari: da un lato la relazione che nasce tra due esseri marginalizzati, dall’altro la pressione di un mondo esterno fatto di controllo, violenza e gerarchie molto rigide.
Quello che conta, però, non è solo il punto di partenza narrativo. Il film costruisce subito un’idea precisa: i personaggi non vengono definiti da ciò che dicono, ma da come occupano lo spazio, da come si guardano, da come reagiscono a un ambiente che li vuole ridurre al silenzio. È un impianto semplice solo in apparenza; sotto, c’è una riflessione molto netta su chi ha voce, chi non ce l’ha e chi decide il valore degli altri. Da qui nasce la forza del film, e da qui si capisce perché la messa in scena sia così importante.

La regia trasforma la favola in esperienza sensoriale
A mio avviso il film funziona prima di tutto come esperienza visiva. L’acqua non è un simbolo aggiunto dopo, ma il principio che organizza tutto: movimenti, luce, profondità, riflessi, perfino il modo in cui i corpi sembrano sospesi nello spazio. La scena iniziale, con la casa sommersa e gli oggetti che galleggiano come in una memoria trattenuta sotto la superficie, dice già quasi tutto: qui la realtà non è mai piatta, ma sempre attraversata da un senso di sogno e di minaccia.
Del Toro lavora con una precisione quasi artigianale sui colori, soprattutto verdi e azzurri, e usa la scenografia come se fosse una seconda narrazione. Il laboratorio, gli interni domestici, i corridoi, le vasche, i riflessi sulle pareti: ogni elemento crea una sensazione di mondo chiuso, controllato, e proprio per questo pronto a essere incrinato. Anche la musica di Alexandre Desplat ha un ruolo decisivo, perché non accompagna soltanto l’emozione, ma la modella. Io trovo che il film respiri davvero quando immagine e suono smettono di spiegare e cominciano a suggerire. È una scelta forte, che porta il racconto più vicino alla fiaba che al realismo, e prepara il terreno ai personaggi.
I personaggi reggono il film più della trama
Per me il cuore del film non è la creatura in sé, ma il modo in cui Elisa, Giles e Zelda formano una piccola comunità di esclusi. Elisa è costruita con grande intelligenza: la sua mutità non la rende passiva, anzi la obbliga a comunicare con il corpo, con i gesti, con il ritmo dello sguardo. È un’idea narrativa molto forte, perché il film trasforma l’assenza di voce in presenza scenica. Sally Hawkins regge tutto con una recitazione fatta di precisione minima, mai ostentata.
Accanto a lei, Giles e Zelda portano calore, ironia e un’altra forma di marginalità. Non sono personaggi di contorno nel senso debole del termine: servono a mostrare che la diversità non è solo quella della creatura anfibia, ma anche quella di chi vive ai bordi per età, orientamento, razza o posizione sociale. Michael Shannon, dal canto suo, rende Strickland davvero disturbante proprio perché non ha bisogno di diventare complicato per essere minaccioso: è un uomo che incarna l’ordine, il possesso e la violenza normalizzata. Io apprezzo molto questa scelta, anche se so che per alcuni spettatori può risultare troppo netta. Il film non cerca l’ambiguità psicologica a tutti i costi; preferisce il contrasto, e questo ci porta ai temi.
I temi che rendono il film più ricco di una semplice fiaba
Qui La forma dell’acqua diventa più interessante della sua trama. Io ci vedo almeno quattro livelli che lavorano insieme. Il primo è il tema della diversità: non come slogan, ma come esperienza concreta di distanza, isolamento e bisogno di riconoscimento. Il secondo è il corpo, inteso come luogo politico e affettivo: il film insiste sul fatto che il corpo non è mai neutro, perché viene osservato, giudicato, controllato o desiderato.
Il terzo livello è il desiderio, che Del Toro tratta senza pudore ma anche senza cinismo. La relazione non viene resa “accettabile” da spiegazioni razionali; viene resa vera dalla coerenza emotiva con cui il film la mette in scena. Il quarto, meno evidente ma fondamentale, è il discorso sul potere: la Guerra Fredda, il laboratorio, l’ossessione per il possesso scientifico e militare, tutto converge verso una logica di superiorità che il film smonta con decisione. Non siamo davanti a una metafora chiusa; ogni elemento apre una lettura diversa, ed è proprio questa stratificazione a darle spessore. Eppure, proprio perché il film vuole dire molto, alcune sue scelte possono lasciare perplessi.
Cosa funziona e cosa può lasciare perplessi
La mia valutazione, qui, è abbastanza netta: il film è molto riuscito sul piano atmosferico ed emotivo, ma non pretende di essere sottile in ogni passaggio. Alcuni spettatori lo trovano troppo esplicito, altri troppo sentimentale, altri ancora troppo costruito. E in parte è vero: Del Toro non cerca la sfumatura del cinema naturalistico, cerca una chiarezza quasi fiabesca. Questo dà forza al film, ma ne delimita anche il campo di accoglienza.
| Aspetto | Perché funziona | Possibile limite |
|---|---|---|
| Atmosfera | Costruisce un mondo coerente, immersivo e riconoscibile fin dai primi minuti. | Il ritmo può sembrare lento a chi cerca una trama più serrata. |
| Romance | La relazione ha una sincerità rara e non suona mai cinica. | Chi preferisce un registro più trattenuto può trovarlo molto melodrammatico. |
| Antagonista | Strickland è immediato, minaccioso e funziona bene come incarnazione del potere. | La sua costruzione è volutamente netta, quasi da favola morale. |
| Simbolismo | Ogni elemento visivo aggiunge un livello di lettura. | Alcuni passaggi risultano molto espliciti e poco lasciati all’interpretazione. |
| Tono | Mescola tenerezza, violenza e meraviglia con grande controllo formale. | La presenza di scene dure o erotiche può spiazzare chi si aspetta una favola pulita. |
Io penso che il punto non sia chiedersi se il film sia “troppo” o “non abbastanza” realistico. La domanda giusta è un’altra: accetta il suo patto poetico oppure no? Se la risposta è sì, l’opera regge molto bene; se la risposta è no, alcune sue scelte sembreranno forzate. Ed è proprio da questa soglia che conviene capire a chi lo consiglierei davvero.
A chi lo consiglierei oggi e con quale aspettativa
Io lo consiglierei senza esitazioni a chi cerca un fantasy romantico con una forte identità autoriale, e a chi ama i film in cui il racconto passa anche attraverso la forma, non solo attraverso gli eventi. Lo consiglierei molto a chi ha apprezzato il cinema di Del Toro quando unisce meraviglia e inquietudine, perché qui quella miscela è portata con grande coerenza fino in fondo.
| Se cerchi | Il film per te |
|---|---|
| Una fiaba adulta con forte impronta visiva | Sì, è una delle sue qualità migliori. |
| Un thriller realistico e rigoroso | No, il film non punta a questo tipo di verosimiglianza. |
| Un romance emotivo ma non freddo | Sì, il centro del film è proprio il sentimento. |
| Un ritmo sempre teso e pieno di colpi di scena | Solo in parte: il film preferisce costruire atmosfera. |
| Un racconto sui marginali e sul potere | Sì, e lo fa con grande chiarezza simbolica. |
Se invece cerchi una storia completamente asciutta, psicologicamente ambigua o più sobria nel tono, potresti sentirlo distante. In questo senso il film è onesto: non finge di essere qualcos’altro. E proprio per questo resta interessante oggi, quando molti titoli provano a piacere a tutti e finiscono per non lasciare nulla.
Il motivo per cui resta una tappa importante del cinema di Del Toro
Per me il pregio maggiore di La forma dell’acqua è la sua coerenza. Del Toro prende una storia che potrebbe sembrare ingenua e la porta fino in fondo senza vergognarsi della tenerezza, del simbolo e del romanticismo. È una scelta rischiosa, perché espone il film al giudizio di chi cerca sottigliezza assoluta o realismo, ma è anche ciò che gli dà identità. Non sembra un’opera nata per essere neutra: sembra un film che sa molto bene cosa vuole difendere.
Se devo lasciarti una sintesi pratica, è questa: guardalo se vuoi un film capace di unire immaginazione, sentimento e lettura critica del diverso; tieniti più prudente se cerchi un racconto asciutto, realistico o poco dichiarato nelle sue intenzioni. Ancora oggi, nel 2026, resta uno di quei titoli che si ricordano non perché siano perfetti, ma perché hanno una voce precisa. E nel cinema, quando la voce è davvero riconoscibile, il tempo tende a lavorare a favore del film.
