Le recensioni di I'm Thinking of Ending Things ruotano attorno alla stessa domanda: è un capolavoro mentale o un film che chiede troppo allo spettatore? Charlie Kaufman costruisce un dramma psicologico surreale, tratto liberamente dal romanzo di Iain Reid, che parla di solitudine, memoria e identità instabile. In questo articolo trovi cosa hanno apprezzato i critici, dove il film divide ancora oggi e per chi vale davvero la visione.
Le recensioni concordano su un punto solo: non è un film per tutti
- Film del 2020, adattamento libero del romanzo di Iain Reid, con durata di 2 ore e 14 minuti.
- 82% su Rotten Tomatoes e 78 su Metacritic: consenso positivo, ma lontano dall’unanimità.
- Le interpretazioni di Jessie Buckley e Jesse Plemons sono il motivo più citato per guardarlo.
- La regia di Kaufman privilegia atmosfera, identità instabili e dialoghi che scivolano fuori asse.
- Chi cerca una trama lineare rischia di restare deluso; chi ama il cinema interpretativo ha più probabilità di apprezzarlo.
Perché I'm Thinking of Ending Things divide così tanto
Io lo leggo soprattutto come un film che scardina le aspettative. Parte da un incontro di coppia apparentemente semplice, poi si allarga in una materia mentale instabile, quasi senza avvertire lo spettatore quando passa dal realistico al simbolico. Questo spiazza chi cerca un thriller con indizi ordinati e ricompense chiare.
Molte recensioni positive riconoscono proprio questa scelta: Kaufman non usa l’ambiguità come trucco, la usa come linguaggio. Ma la stessa scelta, per altri, diventa un limite perché la storia sembra chiedere attenzione continua senza offrire un appiglio narrativo stabile. È qui che nasce la divisione: per alcuni è un film rigoroso, per altri un esercizio di stile che si compiace della propria opacità. Da questa frattura si capisce meglio cosa gli hanno riconosciuto i critici più favorevoli.
Cosa hanno premiato davvero i critici
Le recensioni migliori raramente si fermano alla trama. Parlano, invece, di interpretazioni, tono e precisione formale. Jessie Buckley porta sullo schermo un misto di vulnerabilità e allarme costante che tiene insieme il film anche quando la struttura sembra sfaldarsi; Jesse Plemons, al contrario, lavora per sottrazione, costruendo un personaggio che sembra sempre un passo fuori fuoco. Toni Collette e David Thewlis aggiungono una tensione familiare che trasforma una cena in qualcosa di molto meno ordinario.
| Elemento | Perché funziona | Cosa produce nello spettatore |
|---|---|---|
| Interpretazioni | Gli attori non spiegano troppo: suggeriscono, trattengono, deviano. | La sensazione che ogni scena abbia un sottotesto emotivo. |
| Scrittura | I dialoghi sembrano normali solo in superficie, poi si incrinano. | Una tensione crescente anche nelle scene più statiche. |
| Regia | Kaufman controlla ritmo e disorientamento con precisione quasi chirurgica. | Un effetto di sogno vigile, mai davvero rassicurante. |
| Temi | Solitudine, rimpianto e identità non vengono trattati in modo didascalico. | Un film che continua a lavorare in testa dopo la visione. |
Il punto, per me, è questo: i critici che lo amano non lo premiano perché “si capisce tutto”, ma perché ogni scelta sembra coerente con il suo disagio di fondo. Da lì si arriva al suo vero motore, l’atmosfera, che pesa quasi più di qualsiasi svolta narrativa.

L’atmosfera conta più della trama
Il film lavora su gelo, ripetizione e sfasamento percettivo. La neve, la casa di campagna, i silenzi lunghi e la sensazione di tempo bloccato non sono decorazione: sono il contenuto emotivo del film. Anche quando la sceneggiatura si fa criptica, la messa in scena continua a dire qualcosa di preciso sulla stanchezza mentale e sulla difficoltà di abitare i propri ricordi.
Questo è uno dei motivi per cui alcune recensioni parlano di un’opera quasi ipnotica. Non serve capire subito tutto per sentirne l’effetto, e non è un dettaglio secondario. Il film funziona meglio quando lo si affronta come un’esperienza sensoriale e psicologica, non come un enigma da risolvere al primo passaggio. Chi accetta questa regola entra nel suo ritmo; chi la rifiuta resta fuori molto presto. E qui si capisce anche perché il pubblico abbia reagito in modo più freddo di parte della critica.
Dove il film perde parte del pubblico
Le obiezioni ricorrenti sono abbastanza chiare. C’è chi lo trova troppo lungo per quello che racconta, chi percepisce una certa autoindulgenza e chi semplicemente non accetta che il film trattenga le spiegazioni fino a renderle quasi irrilevanti. Non è un difetto marginale: è la principale ragione per cui il film viene vissuto come affascinante da alcuni e frustrante da altri.
- Ambiguità eccessiva - quando ogni cosa può significare tutto, il rischio è che nulla pesi davvero.
- Ritmo volutamente lento - efficace se ami la sospensione, pesante se cerchi progressione.
- Distanza emotiva - il film parla di sentimenti forti, ma spesso li filtra attraverso un freddo concettuale.
- Payoff non tradizionale - il finale non chiude il cerchio nel modo che molti spettatori si aspettano.
Io credo che il problema non sia tanto “non capire”, quanto non condividere il patto estetico del film. Se ti aspetti una storia da decodificare con una soluzione finale netta, questo titolo rischia di sembrarti un vicolo cieco. Se invece tolleri l’idea che il significato resti mobile, allora la stessa incertezza diventa il suo valore.
A chi lo consiglierei e a chi no
Qui la recensione utile non è solo giudicare il film, ma capire per chi ha senso. Se devo essere pratico, lo consiglierei a chi ama il cinema d’autore che lavora per stratificazioni, a chi apprezza i film che si rivedono e si interpretano, e a chi non ha bisogno di una trama “risolta” per sentirsi soddisfatto. Lo sconsiglierei invece a chi cerca un thriller psicologico con una logica lineare o a chi si irrita facilmente davanti a dialoghi volutamente ellittici.
| Spettatore | Reazione probabile | Consiglio |
|---|---|---|
| Ama Kaufman, Lynch, i film-sogno | Alta probabilità di apprezzarlo | Guardalo senza aspettarti spiegazioni immediate. |
| Vuole un mistero chiuso | Probabile frustrazione | Meglio orientarsi su un thriller più classico. |
| Apprezza film da rilettura | Molto interessato | Merita almeno una seconda visione. |
| Cerca intrattenimento leggero | Bassa compatibilità | Non è il titolo giusto per una serata disimpegnata. |
Su questo punto, le recensioni più severe e quelle più entusiaste finiscono quasi per dirsi la stessa cosa da due lati opposti: il film chiede molto e restituisce molto solo a chi accetta il suo gioco.
Cosa guardare davvero alla prima visione
Alla prima visione, io seguirei tre cose invece di inseguire subito la soluzione del puzzle: le variazioni nei nomi e nelle identità, i passaggi tra interno ed esterno che sembrano innocui, e il modo in cui i dialoghi ripetono piccole frasi con significati diversi. Sono i dettagli che spiegano perché il film sembra cambiare forma mentre lo guardi.
La cosa più utile, secondo me, è lasciarlo sedimentare. Dopo una prima visione è normale restare con più domande che risposte; dopo una seconda, molte scelte appaiono meno casuali e molto più amare. È lì che il film smette di sembrare solo un esperimento e diventa una lettura severa della fragilità umana.
