La Chimera non è un film da consumare in fretta: chiede attenzione, pazienza e una certa disponibilità a lasciarsi portare fuori strada. In questa recensione metto a fuoco ciò che conta davvero per capire se vale il tempo investito: tono, temi, ritmo, interpretazioni e il tipo di esperienza che lascia addosso.
Tre elementi da conoscere prima di guardarlo
- È un film di Alice Rohrwacher ambientato in una Toscana degli anni Ottanta, sospesa tra realismo e dimensione fiabesca.
- Segue Arthur, un inglese ex archeologo finito nel giro dei tombaroli, mentre inseguе un’assenza che ha il volto di Beniamina.
- Il centro del film non è la trama in sé, ma il rapporto tra desiderio, memoria, ricchezza rubata e lutto.
- La recitazione di Josh O’Connor e Isabella Rossellini è uno dei motivi principali per vederlo fino in fondo.
- La ricezione critica è stata molto alta: la critica lo ha premiato più del pubblico generalista, e il motivo è soprattutto il suo stile libero e non accomodante.
Che film è davvero e perché si distingue
Io lo leggo come un film che usa l’avventura solo in superficie. Sotto, La Chimera è una storia di mancanza: un uomo che non riesce a separare il desiderio amoroso dal passato, un territorio saccheggiato, una comunità che vive tra necessità concreta e superstizione, e una regista che guarda tutto questo con uno sguardo insieme affettuoso e severo.
Il punto forte è proprio qui: Rohrwacher non costruisce un racconto pulito, lineare, “facile da spiegare”. Preferisce far convivere fiaba, commedia, malinconia e materia storica. Per questo il film non assomiglia a un classico dramma d’autore patinato; ha invece una consistenza ruvida, terrena, quasi artigianale. E da questa materia nasce la sua identità più forte, che diventa ancora più chiara quando si entra nella trama e nelle sue stratificazioni.
La storia mescola lutto, desiderio e furto di reperti
La trama parte da Arthur, archeologo inglese rientrato in Italia e coinvolto con un gruppo di tombaroli, cioè ladri di reperti antichi. Ma ridurre il film a “una storia di scavi illegali” sarebbe fuorviante: il furto di oggetti etruschi è il motore visibile, non il tema centrale. Il cuore vero è la ricerca di Beniamina, la donna perduta che Arthur continua a inseguire come se la sua assenza fosse una ferita ancora aperta e fisicamente presente.
Questa scelta sposta il film su un terreno più interessante. Ogni scavo diventa un gesto emotivo prima che narrativo: scavare nella terra equivale a scavare nella memoria, nel desiderio, nel rimpianto. È un’idea forte, ma non sempre rassicurante, perché costringe lo spettatore a seguire un racconto che non premia subito. Se si accetta questo patto, però, la storia acquista una profondità rara. Da qui si capisce anche perché il film funzioni meglio quando il paesaggio non è sfondo, ma parte attiva del discorso.

Il paesaggio e la fotografia fanno metà del racconto
Uno dei motivi per cui questo film resta impresso è il modo in cui guarda la terra. Le colline, le case sbrecciate, i cantieri improvvisati, le notti di scavo e gli interni consumati non servono solo a dare atmosfera: raccontano la stessa idea di perdita che attraversa i personaggi. Per me è qui che il film trova il suo livello più elegante, perché il paesaggio non accompagna la storia, la pensa insieme a lei.
La regia lavora per contrasti: bellezza e degrado, festa e malinconia, luce e fango, antico e presente. Questo movimento continua a tenere vivo il film anche quando la narrazione rallenta. Ed è importante dirlo senza girarci attorno: chi cerca un ritmo classico, con svolte nette e obiettivi sempre chiari, potrebbe avvertire qualche dispersione. Chi invece ama il cinema che costruisce senso per accumulo, dettaglio e deviazione, troverà qui molto materiale. A reggere tutto, però, non sono solo le immagini: sono soprattutto gli attori.
Il cast tiene insieme il film quando la narrazione si allarga
Josh O’Connor è decisivo perché non interpreta Arthur come un eroe romantico in posa. Lo rende impacciato, febbrile, quasi sempre fuori asse, e proprio per questo credibile. Il suo è un personaggio che si trascina dietro eleganza, miseria, colpa e ostinazione; se fosse stato più lineare, il film avrebbe perso gran parte della sua ambiguità emotiva.
Isabella Rossellini, invece, porta una presenza che non ha bisogno di spiegazioni continue. Basta il modo in cui occupa la scena per far sentire il peso della storia familiare e sociale che il film porta con sé. Anche Carol Duarte e il resto del gruppo evitano di trasformarsi in semplici funzioni narrative: danno corpo a una comunità irregolare, viva, contraddittoria. Non tutti i personaggi hanno la stessa profondità, ed è una scelta voluta ma non sempre perfetta; tuttavia il cast compensa bene eventuali sbilanciamenti. Ed è proprio da qui che si può capire con più lucidità cosa funziona meglio e cosa, invece, può lasciare perplessi.
Cosa funziona meglio e dove può perdere presa
La ricezione critica è stata molto forte: Rotten Tomatoes segnala un 95% di recensioni positive, mentre Metacritic lo colloca a 91. Io non trovo questo consenso sorprendente, ma capisco bene perché il film non sia per tutti: Rohrwacher segue una logica interna molto precisa, però non si preoccupa di rendere ogni passaggio immediatamente trasparente.
| Elemento | Perché funziona | Possibile limite |
|---|---|---|
| Regia | Trasforma una storia di scavo in una riflessione su memoria e mancanza. | La struttura può sembrare divagante a chi cerca una progressione più classica. |
| Fotografia | Rende la terra, le rovine e i volti parte del significato. | La densità visiva può risultare più evocativa che narrativa. |
| Interpretazioni | O’Connor e Rossellini danno peso e contrappunto emotivo. | Alcuni personaggi secondari restano volutamente meno definiti. |
| Ritmo | Lascia spazio all’atmosfera e alle risonanze simboliche. | Può sembrare lento o ellittico a chi preferisce film più compatti. |
In altre parole, il film è molto riuscito se lo si guarda come opera di osservazione e di visione, meno se lo si pretende come racconto ordinato e sempre orientato alla meta. È una distinzione importante, perché cambia completamente il giudizio finale. E proprio per questo vale la pena chiarire a chi lo consiglierei senza esitazione e a chi, invece, lo suggerirei con cautela.
A chi lo consiglierei davvero
Io lo consiglierei a chi ama il cinema italiano d’autore che non semplifica, a chi è sensibile ai film sul rapporto tra paesaggio e identità, e a chi cerca storie in cui il passato non è un fondale decorativo ma una forza che condiziona il presente. Funziona molto bene anche per chi apprezza i film in cui il simbolo non cancella la concretezza, ma la rende più intensa.
- Se ti piacciono i film di Rohrwacher, qui trovi una delle sue prove più libere e riconoscibili.
- Se ami le storie di archeologia, reperti e memoria culturale, il film offre un livello di lettura ricco.
- Se cerchi una narrazione veloce e lineare, potresti trovarlo più dispersivo che coinvolgente.
- Se ti interessa un cinema che mescola realismo, malinconia e invenzione, qui c’è molto da osservare.
Perché resta un film che continua a lavorare dentro chi lo guarda
La forza più duratura di La Chimera sta nel modo in cui trasforma una ricerca privata in una domanda collettiva: cosa facciamo del passato, quando il passato è insieme patrimonio, ferita e merce? Il film non risponde in modo didascalico, e fa bene a non farlo. Preferisce suggerire che ogni desiderio di possesso porta con sé una perdita, e che ogni scavo, materiale o emotivo, lascia qualcosa di irrisolto.
Se devo dire in modo netto cosa resta dopo i titoli di coda, direi questo: resta un immaginario molto forte, una regia che sa essere sensoriale senza diventare compiaciuta, e un protagonista che non smette di cercare ciò che forse non potrà mai davvero trovare. È un film che richiede disponibilità, ma in cambio offre una delle visioni italiane più personali e meno addomesticate degli ultimi anni. E per un film del genere, a mio avviso, è già una ragione sufficiente per guardarlo con attenzione.
