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The Last Duel - recensione del film tra verità e potere

Marieva Colombo 14 maggio 2026
Adam Driver in armatura, con scettro, in una scena che ricorda le recensioni de "The Last Duel".

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Le recensioni di The Last Duel convergono su un punto preciso: non è un semplice film di duelli, ma un dramma storico costruito come una verifica morale, dove ogni versione dei fatti cambia il senso dell’intera storia. È proprio questa scelta a renderlo interessante e, allo stesso tempo, divisivo, perché Ridley Scott non cerca la comodità dello spettacolo puro, ma un racconto che mette sotto pressione lo spettatore. In questo articolo analizzo perché il film ha convinto molti critici, dove invece ha lasciato perplessi, e per quale tipo di pubblico resta una visione molto solida.

In breve, un film forte nell’interpretazione e ambizioso nella struttura, ma non sempre perfettamente equilibrato

  • Il cuore del film è il conflitto tra verità, potere e narrazione, non il duello in sé.
  • La struttura a tre prospettive funziona quando fa emergere i bias dei personaggi, meno quando allunga troppo il racconto.
  • Jodie Comer è il centro più convincente del film, perché dà peso morale a tutta la vicenda.
  • La regia di Ridley Scott è solida sul piano visivo, con ambienti, costumi e combattimenti molto tangibili.
  • È il film giusto per chi ama il cinema storico adulto, meno per chi cerca ritmo rapido e intrattenimento lineare.

Perché le recensioni del film restano divise

La ricezione critica è stata complessivamente favorevole, ma non entusiastica in modo unanime. Rotten Tomatoes sintetizza bene il sentimento generale: il film viene apprezzato per la solidità delle interpretazioni e per l’energia del racconto, ma meno per l’efficacia con cui sviluppa la sua critica alla misoginia sistemica. Metacritic lo colloca in area positiva con 67/100, cioè nel territorio del “buono ma non impeccabile”.

Il motivo della divisione è abbastanza chiaro, almeno a me. The Last Duel chiede due cose insieme: di credere alla sua tesi morale e di accettare una forma narrativa ripetitiva, quasi investigativa. Se entri nel suo gioco, il film diventa coinvolgente. Se invece cerchi una linea più asciutta, una progressione classica o un emozione più immediata, può sembrare più controllato che travolgente. È un film che ha idee forti, ma non sempre le consegna con la leggerezza che molti si aspettavano.

Da qui nasce il suo fascino critico: non è un titolo che piace per inerzia, ma uno di quelli che costringe a prendere posizione. Ed è proprio la struttura del racconto a fare la differenza.

La struttura a tre punti di vista funziona più del previsto

Il film usa un meccanismo vicino all’effetto Rashomon, cioè mostra lo stesso evento da prospettive diverse per rivelare quanto la memoria, l’interesse personale e l’ego deformino la realtà. In questo caso la scelta non è solo elegante, è funzionale al tema. La storia di Jean de Carrouges, Jacques Le Gris e Marguerite non viene raccontata come una cronaca neutra, ma come un terreno di scontro tra narrazioni incompatibili.

Io trovo che il film cominci davvero a mordere quando capiamo che non stiamo guardando tre versioni equivalenti, ma tre modi diversi di esercitare il potere. Ecco perché la struttura regge meglio di quanto sembri sulla carta:

Prospettiva Cosa rivela Effetto sullo spettatore
Jean de Carrouges Onore, risentimento, ossessione per il riconoscimento Mostra quanto l’ego maschile possa deformare ogni gesto
Jacques Le Gris Carisma, ambiguità, autoassoluzione Rende più chiaro quanto il fascino sociale possa coprire l’abuso di potere
Marguerite La verità del trauma e il prezzo della denuncia Trasforma il film da scontro tra uomini a racconto sulla voce negata di una donna

La ripetizione, in questo senso, non è un semplice vezzo autoriale. Serve a smontare l’idea che i fatti parlino da soli. Il limite è che questa strategia ha un costo: alcuni passaggi si allungano e il film chiede pazienza. Ma il guadagno narrativo è reale, soprattutto quando la terza prospettiva cambia retroattivamente il senso di ciò che avevamo già visto.

Quando questo meccanismo funziona, il film passa dal “racconto medievale” a un discorso molto più moderno su come si costruisce, si difende e si manipola la verità. Da qui si arriva naturalmente al punto più discusso delle recensioni: le interpretazioni.

Adam Driver e Matt Damon in armatura, pronti per il duello finale. Le recensioni de

Le interpretazioni tengono insieme il film

Se The Last Duel non crolla sotto il peso della sua ambizione, il merito è in gran parte del cast. La mia impressione è che ogni interprete serva una funzione precisa, ma sia Jodie Comer a dare al film la sua spina dorsale emotiva. Senza il suo controllo, la vicenda rischierebbe di restare un esercizio di stile sulla prospettiva maschile.

Attore Perché conta davvero
Jodie Comer Porta lucidità, dolore e fermezza; il suo personaggio non è decorativo, è il centro etico del film
Matt Damon Dà al cavaliere una durezza credibile, ma lascia emergere anche la sua fragilità, utile per capire il ritratto del potere ferito
Adam Driver Lavora bene sull’ambiguità, sul fascino e sulla minaccia implicita, qualità fondamentali per rendere il conflitto inquietante
Ben Affleck Introduce un registro più ironico e corrotto, che alleggerisce solo in apparenza e in realtà rafforza il cinismo del contesto

La vera differenza, però, la fa Comer. Le recensioni più attente insistono sulla sua capacità di far sentire il peso sociale della vicenda senza trasformarla in una lezione. È una prova che non chiede di alzare la voce per imporsi, e proprio per questo rimane più a lungo nella memoria. Una volta chiarito il cast, resta il punto decisivo: come Scott fa stare in piedi questa materia per oltre due ore e mezza.

Regia e messa in scena tra realismo e spettacolo

Ridley Scott lavora qui da regista che conosce benissimo il linguaggio del cinema epico, ma non lo usa per abbellire il Medioevo. Lo rende sporco, freddo, gerarchico. Le armature non hanno nulla di eroico, i castelli non sono scenografie romantiche e i combattimenti non hanno la pulizia estetica di certi film d’azione moderni. Sono corpi, urti, peso, respiro corto. È un realismo fisico che, secondo me, fa molto del lavoro tematico al posto del dialogo.

La forza della regia sta soprattutto in due aspetti. Primo, Scott sa costruire spazi leggibili: anche nelle scene di massa non perdi mai il senso della geografia. Secondo, sa alternare il registro intimo e quello spettacolare senza farli collassare del tutto. Il duello finale, per esempio, funziona non solo come momento di tensione, ma come sintesi visiva di tutto ciò che il film ha accumulato prima.

Il rovescio della medaglia è il ritmo. Quando il film insiste troppo su passaggi già chiari, si percepisce la sua durata piena, che supera le due ore e mezza. Non è un difetto letale, ma è il punto in cui il film smette di essere avvolgente e diventa più impegnativo. Chi ama il cinema di Scott riconoscerà qui un autore ancora capace di controllare l’immagine, anche se non sempre il passo narrativo rimane perfettamente teso. E proprio qui entrano in gioco i limiti che le recensioni segnalano con più frequenza.

I limiti che le recensioni segnalano davvero

Le obiezioni più serie non riguardano il tema, ma il modo in cui il film lo distribuisce. In pratica, The Last Duel convince quando unisce idea, messa in scena e interpretazione; vacilla quando spinge troppo sulla ripetizione o quando sembra voler spiegare ciò che aveva già mostrato con chiarezza.

Aspetto Quando funziona Quando pesa
Struttura ripetitiva Rende visibile la soggettività dei racconti Può dare la sensazione di ridondanza, soprattutto nella parte centrale
Messaggio politico È attuale e coerente con la storia raccontata Alcuni passaggi risultano molto espliciti e poco sfumati
Tema di Marguerite Dà al film una direzione etica netta Chi cerca più spazio psicologico potrebbe sentirlo ancora troppo filtrato dallo sguardo maschile
Durata Permette un accumulo di tensione e dettagli Richiede attenzione costante e una certa disponibilità al passo lento

Il punto, per me, è questo: il film non è difettoso perché esagera, ma perché ogni tanto spiega l’evidenza invece di lasciarla lavorare da sola. Tuttavia, nei momenti migliori, quella stessa chiarezza gli dà forza. Per capire se vale la pena vederlo oggi, bisogna quindi chiedersi non se sia perfetto, ma per chi sia davvero pensato.

Perché il suo duello parla ancora al presente

Io consiglierei The Last Duel a chi cerca un film storico che non si limiti a ricostruire un’epoca, ma la usi per parlare di potere, testimonianza e credibilità delle donne dentro sistemi dominati dagli uomini. Funziona molto bene se apprezzi i film in cui la forma ha un significato, e se non ti spaventa una narrazione che chiede attenzione invece di offrire tutto subito.

  • Da vedere se ti piacciono i drammi storici con peso politico e buona recitazione.
  • Da vedere se ti interessa come il cinema mette in scena la verità soggettiva.
  • Da rimandare se cerchi un ritmo più rapido e meno contemplativo.
  • Da rimandare se vuoi un film d’azione che punti soprattutto sulla spettacolarità del combattimento.

La ragione per cui il film resta attuale non è solo il suo contesto medievale, ma il modo in cui parla di chi ha il diritto di raccontare i fatti e di chi, invece, deve prima lottare per essere ascoltato. In questo senso, più che un film sul duello, è un film sulla contesa della realtà. E, quando lo si guarda con questa chiave, le sue recensioni diventano comprensibili fino in fondo: non tutti cercano la stessa cosa, ma chi apprezza il cinema che lascia una traccia trova qui un titolo che continua a valere la visione.

Domande frequenti

Perché il film funziona molto bene come dramma storico e sul piano delle interpretazioni, ma divide quando insiste sulla struttura ripetitiva e sulla sua tesi morale. Il consenso critico è stato positivo, però non unanime: Rotten Tomatoes ne ha valorizzato energia e cast, mentre Metacritic lo colloca in area buona ma non eccellente, con 67/100.

Il film usa un meccanismo vicino all'effetto Rashomon: lo stesso evento viene mostrato da prospettive diverse per far emergere memoria, ego e interesse personale. Jean de Carrouges evidenzia onore e risentimento, Jacques Le Gris carisma e autoassoluzione, Marguerite trasforma la storia in un racconto sulla verità del trauma.

Perché non è solo la parte più convincente del cast, ma il suo personaggio dà peso morale a tutta la vicenda. La sua interpretazione porta lucidità, dolore e fermezza, evitando che il film resti un esercizio dominato soltanto dallo sguardo maschile.

Scott rende il Medioevo concreto e fisico: armature, castelli e combattimenti non sono abbelliti, ma mostrati come spazi di peso, urto e gerarchia. La regia è molto solida nella costruzione degli spazi e nel duello finale, anche se la durata oltre le due ore e mezza fa sentire qualche passaggio ridondante.

È una scelta solida per chi ama il cinema storico adulto, con tensione politica e attenzione alla verità soggettiva. Può invece risultare troppo lento o controllato per chi cerca ritmo rapido, spettacolo lineare o un film d'azione centrato solo sul combattimento.

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Autor Marieva Colombo
Marieva Colombo
Mi chiamo Marieva Colombo e ho accumulato sette anni di esperienza nel campo dell'arte, della cultura, dello spettacolo e dell'innovazione. La mia passione per questi temi è nata fin da giovane, quando ho iniziato a esplorare le varie forme di espressione artistica e a comprendere il loro impatto sulla società. Mi piace scrivere di ciò che accade nel mondo contemporaneo, cercando di analizzare le tendenze emergenti e di semplificare argomenti complessi per renderli accessibili a tutti. Nel mio lavoro, mi impegno a fornire informazioni utili, accurate e aggiornate, verificando sempre le fonti e confrontando le diverse prospettive. Credo che sia fondamentale organizzare la conoscenza in modo chiaro, per aiutare i lettori a orientarsi in un panorama culturale in continua evoluzione. Condivido le mie riflessioni e scoperte con l'intento di stimolare il dialogo e la curiosità, contribuendo così a una maggiore comprensione delle dinamiche che ci circondano.

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